giovedì 31 maggio 2012

fauna su due ruote

in questo periodo dell’anno andare in vespa è una vera guduria.
né troppo caldo, né troppo freddo, temperatura ideale, e quando passi per via vittor pisani puoi fare finta di essere a sabaudia, invece che in un quadro di de chirico come ti succede d’inverno.
purtroppo però questo è anche il periodo dell’anno in cui le strade pullulano, oltre che dei consueti automobilisti incarogniti, di categorie che io, se fossi capo del mondo, non esiterei a sterminare e fra le quali spiccano:

  • le cicliste svagate: esseri di sesso femminile, generalmente abbigliate in gonnelloni svolazzanti, a bordo di biciclette accessoriate con cestini sovradimensionati, rigorosamente di vimini, talvolta foderati di stoffa modello le dejeuner sur l’herbe; vanno a due all’ora, con andatura oscillante, perché nel loro intimo se pensano che stanno pedalando nei campi di lavanda in provenza, e non sulla circonvalla esterna.
  • i ciclisti che “siccome vado in bici e non inquino, faccio quello che voglio”: sprezzanti della vita, vanno contromano per melchiorre gioia, pedalano a luci spente nella notte, passano col rosso e osano pure fare la faccia contrariata quando li sfanculi perché li eviti all’ultimo momento.
  • gli scuteristi in andropausa: 40/50enni che, ormai a corto di testosterone, sublimano ricoprendosi di tatuaggi e acquistando lo scuterone che li fa sentire ancora ggiovani. la scelta del modello si restringe a due categorie: scuterone gigantesco che non passa fra una macchina e l’altra e sul quale siedono come se fossero assisi in trono, o scuter con tettuccio, una contraddizione in termini. in entrambi i casi, gli scuteristi in andropausa sono delle mine vaganti, delle schegge impazzite, anche perché guidano come cani drogati.
  • le scuteriste frou frou: cianno sempre freddo e anche ad agosto le vedi con copertina, coprimanopole e parabrezza. siedono in pizzo in pizzo al sellino, viaggiano in mezzo alla carreggiata, non mettono le frecce, frenano in curva, si truccano ai semafori e la loro unica preoccupazione è intonare il casco a fiorellini col rossetto.
varie ed eventuali.

giovedì 24 maggio 2012

mi girano le pale


furibonda perché per colpa di un povero stronzo di torino ero rimasta in ufficio fino alle 21, avevo proclamato l'intenzione di procurarmi un bazooka.
so che c'è un negozio in cadorna che li vende, se hai fortuna riesci a utilizzarlo già da lì, aveva scritto l'amico c.
fino a torino?, replicava dubbioso il guru.
finché poi è arrivato l'amico m, che ha sparecchiato scrivendo queste parole:


Apocalypse now! 
Noleggia un elicottero da combattimento dall'aviazione russa, poi voli a 
Torino e metti la cavalcata delle valchirie appena sopra Chivasso (o l'inno di 
Topolino che magari è meglio.. "Assomigli a tutti noi sei furbo e birichin 
Topolin Topolin viva Topolin ecc.), il tipo sente la musica, esce a vedere 
cosa succede e tu lo mitragli in giardino insultandolo, mettendo la testa fuori 
dal vetro.



da quel momento, ogni volta che ho a che fare con cialtroni e/o cacacazzi e/o persone con cervello popolato unicamente da scimmie urlatrici, mi vedo in elicottero che spargo napalm come il verderame, mettendo la testa fuori dal vetro. 
e mi sento subito meglio.

mercoledì 16 maggio 2012

viaggio con bagaglio leggero


  • portafogli
  • portadocumenti
  • portapatente e documenti della vespa
  • occhiali da sole
  • occhiali per il computer
  • occhiali vecchi da mettere sotto il casco perché quelli nuovi sono tanto fichi ma non ci stanno
  • chiavi di casa
  • chiavi della vespa
  • chiavi del box
  • chiavi dell’ufficio
  • agendina
  • rubrica sbrindellata che sta insieme col pensiero e che contiene numeri di telefono prezioserrimi
  • taccuino per appunti estemporanei
  • penna
  • chiavetta usb
  • cell
  • carichino del cell
  • ipod
  • cavetto dell’ipod
  • mini pochette con zip che contiene fazzoletti, burrocacao, minikit da cucito, assorbenti, cerotti, collirio
  • mini pochette etnica acquistata dai fricchettoni di calle floridia a baires che contiene pacchetto di sigarette e due accendini 
potrebbe sembrare la borsa di mary poppins, invece è la mia.

martedì 15 maggio 2012

lunedì 7 maggio 2012

colazione da spiffany

amico c, andrei a comprare il regalo per l’amica a. vieni anche tu?
certo che ti accompagno
ce la fai tra mezz’ora?
non mi lavo e arrivo
eh, non ti lavi perché tanto devi uscire con tellurica, mica con la tipella che ti porti alla festa stasera...
quanto sei scema, per te mi lavo, mi faccio le meches e pure la french, però allora ci vediamo fra due ore
vieni non lavato
ok, allora ci vediamo alle dieci e mezzo in via della spiga.

in via della spiga c’è la gioielleria spiffany, ed è lì che siamo diretti io e l’amico c per acquistare un ciondolo che reca l’incisione della lettera a, a come amica a,  confidando di sbrigare la questione in dieci minuti.
illusi.
da spiffany dobbiamo metterci in coda e davanti a noi ci sono 35 persone.
“e che è, l’assalto ai forni?!”
“poi dice che c’è la crisi”, commentiamo facendo sfoggio di originalità.
“e se quando arriva il nostro turno ci dicono che la lettera a non ce l’hanno?”
“sono già pronto a prendere a pugni la commessa”
“ce la facciamo incidere apposta”
“anche in arial, anche in cirillico”
"ma da spiffany a mosca secondo te i ciondoli con le iniziali sono in cirillico?"
"e da spiffany a atene sono in alfabeto greco?"
"se hanno finito le a ci facciamo mandare da atene una alfa"
"ma non potrebbero fare due file, una per i decisi (noi) e una per gli indecisi (il resto del mondo)?"

dopo 45 minuti arriva il nostro turno.
"vorremmo vedere i ciondoli con la lettera a"
"piccolo, medio o grande?"
"piccolo e medio, grazie".

"ecco il piccolo", fa la commessa.
a questo punto, senza bisogno di consultarci, l’amico c ed io all’unisono ensemble ci togliamo gli occhiali, ci inchiniamo e avviciniamo il capino a quello che dovrebbe essere il ciondolo piccolo e che per noi è un puntolino infinitesimale.
“prendiamo il medio, crepi l’avarizia”, dice l’amico c
“sì, siamo dei gran signori”
“no, è che il medio costa sempre meno di un microscopio”.

domenica 29 aprile 2012

i love shopping


vado alla nota catena svedese di abbigliamento per comprare un paio di jeans, un’operazione apparentemente priva di particolari difficoltà, visto che i jeans che voglio io devono avere un unico requisito: non devono attufare (dove per attufare si intende l’azione di soffocamento e implosione causata dalla eccessiva pressione e stretta della stoffa sugli arti inferiori e sui fianchi). 
le mie convinzioni vacillano non appena mi accorgo che esiste una tabella, che riporta tutte le combinazioni possibili di modelli di jeans e che in teoria dovrebbe semplificarti la scelta, ma che in realtà risulta criptica come la stele di rosetta prima dell’arrivo di champollion. 
dalla tabella apprendo che quelli che a miei tempi si chiamavano jeans stretti e a cica, ora si chiamano something ultraslim e ce ne sono interi scaffali. purtroppo la tabella non riporta nessun modello something not attufing, e solo dopo approfonditi studi e confronti evinco che i più simili ai miei desiderata corrispondono alla categoria straight regular.
di straight regular ne sono rimasti tre, inguattati nell’angolo più nascosto del reparto, misure: 26, 27, 28.
scopro che per calcolare la tua misura devi aggiungere 14 alla taglia indicata; solo che io, forse perché come sempre quando si tratta di numeri mi distraggo, aggiungo 11, moltiplico per 3,14, divido per sei col resto di due e decido di portare meco nel camerino tutti e tre i jeans.
nel camerino, osservo con orrore e raccapriccio la mia immagine riflessa in uno specchio che, con mio sommo rammarico, non ha fotosciop integrato; decido che quello è uno specchio deformante, scarto dei luna park dei film de paura da quattro soldi, e che in realtà la mia immagine è quella di sempre, ovvero una via di mezzo fra angelina e monica e torno a sorridere alla vita. 
per puro culo il primo paio di jeans che provo mi sta e non attufa, quindi mi dirigo alla cassa tutta trionfante e anche un po’ estenuata.

lunedì 23 aprile 2012

manifesto del manicotto


un po’ per celia, un po’ per non morire, è nato il club delle sciure: un numero variabile di donne che si riuniscono in base al principio che la frivolezza è un valore aggiunto, che la vera sciura è risolta e consapevole, non deve dimostrare niente a nessuno e quindi può, anzi è per lei un imperativo morale abbandonarsi a conversazioni e attività futili e inutili.
nel corso di tali conversazioni si è stabilito che fra i modelli di riferimento sciurili ci siano, ad esempio, la marchesa di merteuil e alma mahler e si è giunte all’elaborazione di quella che è stata definita la filosofia del manicotto, dove per manicotto non si intende il giunto usato per collegare i tubi, ma quell’accessorio, inspiegabilmente passato di moda, in cui si infilano le mani per ripararsi dal freddo.
le sciure vagheggiano il ritorno del manicotto; ovviamente di pelliccia, possibilmente di zibellino (noblesse oblige). 
perché il manicotto non è un semplice accessorio, ma una dichiarazione di intenti: nel manicotto, oltre alle mani, al massimo c’è spazio solo per il fazzoletto, o per il rossetto. e tutto il resto? chiavi, portafogli, cellulare, dove li metti? tsk, queste sono zavorre, pleonasmi, inutilia. 
per simili quisquilie, per questi aspetti prosaici e terra terra c’è l’accompagnatore: padre, marito, fratello, amico, maggiordomo, valletto, primo pirla che passa per strada, il quale si fa carico di aprire porte, pagare i conti, recapitare messaggi, fronteggiare le cacacazzerie, semplificare la vita della vera sciura. 
perché noi, sciure in pectore che nella vita reale ci affanniamo a destra e a manca come trottole impazzite, non ciabbiamo più voja de fa’ ‘n cazzo e vorremmo un bel manicotto, anche in finto castorino, anche in topo morto, per rifiatare almeno cinque minuti cinque.